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La scena centrale di La giornata di uno scrutatore si svolge in una camerata del Cottolengo occupata da degenti fra i più gravi, occasionalmente trasformata in “seggio mobile” per le elezioni politiche nelle quali il protagonista del racconto, Amerigo, è scrutatore. Il tema polemico è la deplorevole abitudine di permettere il voto (per tramite delle suore assistenti) a malati chiaramente incapaci di intendere e di volere. Ma alla scena principale Calvino intreccia, in questo XII capitolo, un quadro secondario, che trovo bellissimo e voglio trascrivere.

Un letto alla fine della corsia era vuoto e rifatto; il suo occupante, forse già in convalescenza, era seduto su una seggiola da una parte del letto, vestito d’un pigiama di lana con sopra una giacca, e seduto dall’altra parte del letto era un vecchio col cappello, certamente suo padre, venuto quella domenica in visita. Il figlio era un giovanotto, deficiente, di statura normale ma in qualche modo – pareva – rattrappito nei movimenti. Il padre schiacciava al figlio delle mandorle, e gliele passava attraverso al letto, e il figlio le prendeva e lentamente portava alla bocca. E il padre lo guardava masticare. [...]

Amerigo continuava a guardare il padre e il figlio. Il figlio era lungo di membra e di faccia, peloso in viso e attonito, forse mezzo impedito da una paralisi. IL padre era un campagnolo vestito anche lui a festa, e in qualche modo, specie nella lunghezza del viso e delle mani, assomigliava al figlio. Non negli occhi: il figlio aveva l’occhio animale e disarmato, mentre quello del padre era socchiuso e sospettoso, come nei vecchi agricoltori. Erano voltati di sbieco, sulle loro seggiole ai due lati del letto, in modo da guardarsi fissi in viso, e non badavano a niente che era intorno. Amerigo teneva lo sguardo su di loro, forse per riposarsi (o schivarsi) da altre viste, o forse ancor di più, in qualche modo affascinato [...]

Interviene nel campo di osservazione di Amerigo una suora, la Madre, che è normalmente adibita al servizio quotidiano nello stanzone, e che sembra tutta compresa nella grazia metafisica della sua vocazione.

Anche la Madre sorrise, ma d’un sorriso che era per tutti e per nulla. Il problema d’esser riconosciuta, pensò Amerigo, per lei non esisteva; e gli venne da confrontare lo sguardo della vecchia suora con quello del contadino venuto a passare la domenica al “Cottolengo” per fissare negli occhi il figlio idiota. Alla Madre non occorreva il riconoscimento dei suoi assistiti, il bene che ritraeva da loro – in cambio del bene che loro dava – era un bene generale, di cui nulla andava perso. Invece il vecchio contadino fissava il figlio negli occhi per farsi riconoscere, per non perderlo, per non perdere quel qualcosa di poco e di male, ma di suo, che era suo figlio. [...]

Amerigo torna a pensare alla Madre, e vede nell’amore della Madre per i suoi poveri derelitti qualcosa di simile al suo amore – da comunista – per l’umanità. Si perde in questi pensieri…

Ma più s’ostinava a pensare queste cose, più s’accorgeva che non era tanto questo che gli stava a cuore in quel momento, quanto qualcos’altro per cui non trovava parole. Insomma, alla presenza della vecchia suora si sentiva ancora nell’ambito del suo mondo, confermato nella morale alla quale aveva sempre (sia pur per approssimazione e con sforzo) cercato di modellarsi, ma il pensiero che lo rodeva lì nella corsia era un altro, era ancora la presenza di quel contadino e di suo figlio, che gli indicavano un territorio per lui sconosciuto.

La suora aveva scelto la corsia con un atto di libertà, aveva identificato – respingendo il resto del mondo – tutta se stessa in quella missione o milizia, eppure – anzi: proprio per questo – restava distinta dall’oggetto della sua missione, padrona di sé, felicemente libera. Invece il vecchio contadino non aveva scelto nulla, il legame che lo teneva stretto alla corsia non l’aveva voluto lui, la sua vita era altrove, sulle sue terre, ma faceva alla domenica il viaggio per veder masticare suo figlio.

Ora che il giovane idiota aveva terminato la sua lenta merenda, padre e figlio, seduti sempre ai lati del letto, tenevano tutti e due appoggiate sulle ginocchia le mani pesanti d’ossa e di vene, e le teste chinate per storto – sotto il cappello calato il padre, e il figlio a testa rapata come un coscritto – in modo di continuare a guardarsi con l’angolo dell’occhio.

Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari.

E pensò: ecco, questo modo d’essere è amore.

E poi: l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo.

Ecco. Finito. Un Calvino secco, scabro. Un Calvino che pare quasi Fenoglio. Bello, no?

Il primo post di tuttequestecose è esattamente di un anno fa, anche se il blog vero e proprio è nato qualche giorno dopo. Fra alti e bassi, momenti in cui l’ho usato molto e lunghi silenzi, comunque è stato una presenza nuova nella mia vita. Qualche considerazione.

1) Ho parlato moltissimo di politica, molto di scuola, un po’ di cinema, troppo poco di letteratura e poesia, quasi niente di me. Forse un riequilibrio non sarebbe male.

2) Volevo fosse uno spazio per riflettere, ma quello della riflessione – oltre ad essere un tempo sempre difficile da trovare negli interstizi della vita quotidiana – è un tempo a volte inconciliabile con la rete. Anche perché il ritmo del blog – una scelta volutamente retrò, la mia – ormai è inevitabilmente influenzato da quello frenetico dei social network. E anche la qualità dei post, nel tempo, credo ne abbia risentito. Semplicemente: prima di scrivere ora ci penso meno. Non va bene.

3) Il rischio di un blog personale è quello dell’autoreferenzialità, o meglio dell’autorappresentazione (attività fondamentalmente narcisistica, quando non supportata da consapevolezza e qualità artistica). L’alternativa è usare il blog come un blocco di appunti (era un po’ lo spirito iniziale, ma ho dei ripensamenti) o come strumento di confronto con gli altri (cosa un po’ più difficile: commentare nei blog, ad esempio, pare passato di moda: si ciatta, si tuitta, si linca, si mettono i laic…).

4) E’ stata comunque un’esperienza interessante, occasione per fissare l’attenzione su delle cose, per scoprirne delle altre, per esercitare un po’ la scrittura, per definire anche a me stesso degli orizzonti d’interesse, e anche per conoscere persone e idee. Credo che andrò avanti anche il prossimo anno.

Intanto, auguri ai passanti.

Che poi questa sera, quando ormai era ora passata di andare a letto, vedendo la televisione mi è tornato in mente un pezzo di Paolo Nori che volevo segnalare qui già qualche tempo fa, perché ne avevo parlato con T. una mattina passeggiando sul lungomare di PPP, e poi quella mattina eravamo andati nella bella libreria “Safarà” di Chiara, e con un buono che avevo ho anche preso un romanzo di Nori, appunto. E questo pezzo alla fine è una delle cose a cui ho pensato di più nelle ultime settimane, quindi eccolo.

Le cose però dipende anche da come le dici. Se per esempio Paolo Nori dice “quasi la stessa cosa” in questo modo qui non mi piace più. Va bene prendersela con la retorica, però senza esagerare in distacco e cinismo.

Prima stavo leggendo un articolo su Internazionale che parlava dei recenti referendum che hanno introdotto i matrimoni gay in alcuni stati degli USA. Sulla pagina campeggiava una foto molto americana, ma anche molto bella. Questa:

Per un attimo ho provato a immaginare la storia di queste due persone. Non so perché ma mi è venuto da dar loro anche dei nomi che non so nemmeno se esistono (May e June), e mi sono chiesto quali storie, quali amori e quali dolori ci possano essere dietro quelle espressioni stanche e felici, dietro quelle dita intrecciate. Provate a farlo anche voi. E, alla luce della storia che sarete in grado di immaginare, ditemi cosa ne pensereste di una famiglia formata da May e June.

Postilla. La cronaca di questi giorni dice che questo post è tragicamente sul pezzo…

Qualche giorno fa pubblicavo un post che si riduceva, in pratica, a due link: il primo ad un articolo meditabondo e sconsolato di Marco Lodoli sulla impermeabilità dei giovani alla cultura umanistica (o sulla incapacità degli adulti di trasmetterla, che è la stessa cosa), l’altro ad una risposta,  programmaticamente polemica verso Lodoli, scritta sul suo blog da Mariangela Vaglio, che orgogliosamente rivendicava la vitalità della cultura umanistica sulla base della sua concreta esperienza di insegnante di scuola media. Li avevo buttati lì, come un appunto, perché mi sembravano sintomatici di due modi molto diversi di riflettere sul ruolo dell’insegnante, e forse anche di due modi molto diversi di fare questo mestiere.

C’è un modo spiccio di leggere questi due articoli, secondo il quale quello di Lodoli  sarebbe lo sfogo di un professore di 56 anni che non ha più voglia di fare la giornaliera fatica di mediare fra la sua cultura, quella che lo ha nutrito, entusiasmato e reso uomo [lui, per di più, non è un insegnante qualsiasi, ma un intellettuale e scrittore famoso, e questo sicuramente peggiora le cose], e la “cultura” (lui non la chiamerebbe così) degli adolescenti che si trova davanti e che gli sembrano alieni [lui, per di più, se non sbaglio, insegna in un professionale della periferia romana, e questo probabilmente peggiora le cose].  La risposta di Vaglio porta invece la voce di una prof ancora giovane e piena di entusiasmo, che ha fatto la giornalista, tiene dei briosi blog di scuola e società ed è appassionata di nuove tecnologie, e quindi ha buon gioco a dire: “Tu, Lodoli, e quelli come te, siete invisibili per i vostri studenti solo perché non sapete coinvolgerli, non sapete, chiusi come siete nel vostro mondo, capire il loro linguaggio, né far capire il vostro; lasciate spazio a noi, che sappiamo cosa fare! Guarda per esempio, Lodoli, cosa riesco a fare io!” (e forse fra le righe Vaglio vuole anche dire: “invece purtroppo la scuola è piena di gente della vostra generazione: noi quarantenni siamo spesso relegati ai margini, e per i trentenni non se ne parla nemmeno di entrare in un’aula; e come fa una scuola così vecchia a parlare agli adolescenti di oggi?”).

Questo è il modo spiccio, dicevo: ci sarà qualcosa di vero, ma non dice nulla di particolarmente interessante. Altra cosa è cercare di capire da dove parta il ragionamento di Lodoli, e dove arrivi.

A parer mio Lodoli, qui come in tanti altri articoli simili che negli anni ha scritto, fa emergere una sorta di contraddizione, di crisi – umana prima ancora che intellettuale. Lo si capisce bene partendo dalla fine dell’articolo:

Dobbiamo invece assolutamente capire dove [i nostri ragazzi] stanno andando, perché ci salutano senza nemmeno voltarsi, perché non si fidano più della nostra cultura. Oggi loro sentono che la vita è altrove e la memoria non basta a reggere l’urto con le onde fragorose del mondo che sarà, che è già qui: serve energia, e quella non la trovi più nei cataloghi e nei musei.

E’ la constatazione, sacrosanta, della necessità di provare a capire “i nostri ragazzi” (espressione peraltro un po’ paternalistica), e del fatto che è in atto una rottura generazionale. Anche questa non è una novità, l’hanno già descritta in molti, con toni più o meno apocalittici, più o meno integrati; a me per esempio piace come ha cercato di descriverla e capirla Alessandro Baricco nel suo I barbari. Saggio sulla mutazione, lettura che consiglio a tutti. Lodoli però, al di là delle buone intenzioni del finale, è in realtà tremendamente nostalgico di quella cultura che i “barbari” rifiutano: quello è il suo mondo, ha probabilmente deciso di fare lo scrittore e il professore per provare a trasmettere quell’amato mondo a quanta più gente possibile (me lo vedo che gli si accende una luce interiore e dice “questa luce voglio accenderla in qualcun altro”: è capitato anche a me); quindi ci ha provato con passione, buona fede, e sicura competenza. Però niente, quella luce nei “suoi ragazzi” non si accende più: colpa dei ragazzi? colpa sua? colpa della “cultura umanistica” o di questo “reo tempo”?. No, di nessuno: è solo che non è così che funziona: la passione e la competenza non danno garanzie, la luce si accende nei modi più imprevedibili e imprevisti, e bisogna mettere in conto che lo scacco è molto più frequente della vittoria. Fa parte del gioco, e probabilmente va bene così.

C’è un’altra cosa che non va nel ragionamento di Lodoli, c’è un errore di prospettiva.  Lui confronta l’esperienza e la cultura dei suoi alunni con quella sua privata, del giovane Marco Lodoli di quarant’anni fa, un Marco Lodoli che -sarà un caso? – sarebbe diventato insegnante e scrittore. Dico io: grazie che sentiva i russi come fratelli maggiori! Anch’io conosco degli studenti che fanno la stessa cosa; sono pochi, certo, ma non credo che siano tanti di meno di quanti ce ne fossero al tempo del Marco Lodoli quindicenne che leggeva Tolstoj ascoltando Bach o Debussy. Sono pochi e fanno di solito il liceo classico, e alcuni di loro faranno da grandi gli scrittori o i professori, e forse si lamenteranno dei giovani del 2052 che non amano le stesse cose che hanno amato loro, non hanno la stessa loro sensibilità ecc. Tutta colpa del 2052, reo tempo! Magari sbaglio: magari quarant’anni fa tutti passavano il tempo a leggere Delitto e castigo invece di correre dietro alle ragazze o a studiare il modo di come procurarsi un motorino, ma per i miei tempi (i fantastici anni Ottanta) posso garantire che non era già più così: persino quelli come me, che poi sarebbero finiti a fare i professori di lettere, non necessariamente passavano il tempo a scrivere madrigali ascoltando musica dodecafonica (cose così, al massimo, cominci a farle all’università, un posto ideale per perdere il contatto col mondo, e anche per renderti un po’ ridicolo). Per cui diamoci una regolata: i cultori dell’arte, dell’umanesimo, sono sempre stati una sparuta minoranza, e forse è giusto che sia così. Certo: in alcuni momenti della storia quella sparuta minoranza ha cambiato il mondo, ma l’ultima volta che è successo è stato qualche secolo fa: non è il caso di stracciarci le vesti oggi, perché da questo punto di vista il 2012 non credo sia tanto peggio del 1972; o del 2052.

Quindi? Quindi niente: i giovani di oggi sono diversi dai giovani di ieri, come i giovani di ieri erano diversi, quando avevano vent’anni, dai ventenni dell’altroieri. Embè? E l’arte, come la cultura umanistica, non è morta, è solo tremendamente minoritaria in una civiltà che guarda altrove; ma resiste, come ha sempre resistito da quando è nata: cambiando forma ma restando fedele alle domande essenziali (che poi – si sa – sono sempre le stesse: quelle senza risposta). E noi, senza restare prigionieri dei nostri fantasmi e con un po’ di curiosità per il presente, nel presente e nel futuro dobbiamo cercare di traghettare l’essenziale. Poi, qualcuno disposto a prendere il testimone ci sarà, con ogni probabilità. Come ci siamo stati noi quando è stato il nostro turno.

***

Mi permetto di trascrivere qui, perché mi è molto piaciuto, il commento di F.S. al post da cui questo prende spunto, nella speranza che qui abbia un po’ più di visibilità, come merita:

Le ultime riflessioni con cui di Lodoli conclude il suo pezzo mi commuovono.
I nostri giovani vanno incontro ad un futuro che a noi pare difficile e oscuro e ci preoccupiamo per loro. Offriamo allora con insistenza le nostre ricette, i nostri modelli, ma a loro non bastano, ne sono anzi saturi prima ancora di conoscerli. I nostri giovani e il loro futuro sono scaturiti soprattutto da ciò che siamo e siamo stati noi adulti, come famiglie e come società. Essi sono i nostri figli e il mondo etico, sociale, politico, economico, ambientale, in cui da adulti si muoveranno, è l’ eredità che lasciamo loro. Detto questo, confesso che è con struggimento e rabbia che a volte considero i loro tentativi di stare in questo mondo.
La cultura umanista va insegnata ai ragazzi, ma, se essi la rifiutano, noi insegnanti dobbiamo riprovarci. Dobbiamo essere credibili. Se quello che insegniamo è importante dobbiamo farlo credere loro, dobbiamo mostralo. Dobbiamo trovare il modo. E’ una sfida per noi. Dobbiamo cercare nuovi metodi, investire tempo a cercarli e metterci in gioco. La storia va conosciuta, la letteratura va incontrata, esse debbono essere insegnate perché arricchiscono e aiutano a vivere, perché sono belle. Ma esse sono una delle tante cose belle della vita. E non debbono assolutamente diventare un pretesto per incolpare i nostri giovani, per disprezzarli. Essi hanno prima di tutto bisogno di fiducia e energia per “reggere l’urto delle onde fragorose del mondo che sarà, che è già qui”. Dobbiamo cercare di evitare di riempire il loro futuro con le nostre pesantezze. E come dice Gaber:

Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all’amore il resto è niente.

Ho letto su Internazionale un articolo che mi ha dato molto da pensare. Purtroppo non l’ho trovato in rete tradotto in italiano, pertanto lo trascrivo nella sua versione originale (presa da qui). Parla del fatto che moltissimi medici, quando arriva la loro ora, fanno scelte sul fine vita molto diverse da quelle che di solito riservano ai malati terminali che hanno in cura. A futura memoria, e se intanto qualche passante volesse esercitarsi con l’inglese…

Years ago, Charlie, a highly respected orthopaedist and a mentor of mine, found a lump in his stomach. He asked a surgeon to explore the area, and the diagnosis was pancreatic cancer. This surgeon was one of the best in the country. He had even invented a new procedure for this exact cancer that could triple a patient’s five-year-survival odds – from five per cent to 15% – albeit with a poor quality of life. Charlie was uninterested. He went home the next day, closed his practice, and never set foot in a hospital again. He focused on spending time with his family and feeling as good as possible. Several months later, he died at home. He received no chemotherapy, radiation, or surgical treatment. Medicare didn’t spend much on him.

It’s not a frequent topic of discussion, but doctors die, too. And they don’t die like the rest of us. What’s unusual about them is not how much treatment they get compared to most Americans, but how little. For all the time they spend fending off the deaths of others, they tend to be fairly serene when faced with death themselves. They know exactly what is going to happen, they know the choices, and they generally have access to any sort of medical care they could want. But they go gently.

Of course, doctors don’t want to die; they want to live. But they know enough about modern medicine to know its limits. And they know enough about death to know what all people fear most: dying in pain, and dying alone. They’ve talked about this with their families. They want to be sure, when the time comes, that no heroic measures will happen – that they will never experience, during their last moments on earth, someone breaking their ribs in an attempt to resuscitate them with CPR (that’s what happens if CPR is done right).

Almost all medical professionals have seen what we call “futile care” being performed on people. That’s when doctors bring the cutting edge of technology to bear on a grievously ill person near the end of life. The patient will be cut open, perforated with tubes, hooked up to machines, and assaulted with drugs. All of this occurs in the intensive care unit at a cost of tens of thousands of dollars a day. What it buys is misery we would not inflict on a terrorist. I cannot count the number of times fellow physicians have told me, in words that vary only slightly: “Promise me that if you find me like this you’ll kill me.” They mean it. Some medical personnel wear medallions stamped “NO CODE” to tell physicians not to perform CPR on them. I have even seen it as a tattoo.

To administer medical care that makes people suffer is anguishing. Physicians are trained to gather information without revealing any of their own feelings, but in private, among fellow doctors, they’ll vent. “How can anyone do that to their family members?” they’ll ask. I suspect it’s one reason physicians have higher rates of alcohol abuse and depression than professionals in most other fields. I know it’s one reason I stopped participating in hospital care for the last 10 years of my practice.

How has it come to this – that doctors administer so much care that they wouldn’t want for themselves? The simple, or not-so-simple, answer is this: patients, doctors, and the system.

To see how patients play a role, imagine a scenario in which someone has lost consciousness and been admitted to hospital. As is so often the case, no one has made a plan for this situation, and shocked and scared family members find themselves caught up in a maze of choices. They’re overwhelmed. When doctors ask if they want “everything” done, they answer yes. Then the nightmare begins. Sometimes, a family really means “do everything,” but often they just mean “do everything that’s reasonable”. For their part, doctors told to do “everything” will do it, whether it is reasonable or not.

That scenario is a common one. Feeding into the problem are unrealistic expectations of what doctors can accomplish. Many people think of CPR as a reliable lifesaver when, in fact, the results are usually poor. I’ve had hundreds of people brought to me after getting CPR. Exactly one, a healthy man who’d had no heart troubles (for those who want specifics, he had a “tension pneumothorax“), walked out of the hospital. If a patient suffers from severe illness, old age, or a terminal disease, the odds of a good outcome from CPR are infinitesimal, while the odds of suffering are overwhelming. But, of course, doctors play an enabling role here, too. The trouble is that even doctors who hate to administer futile care must find a way to address the wishes of patients and families. Imagine, once again, the A&E ward with those grieving, possibly hysterical, family members. They do not know the doctor. Establishing trust and confidence under such circumstances is a very delicate thing. People are prepared to think the doctor is acting out of base motives, trying to save time, or money, or effort, especially if the doctor is advising against further treatment.

Some doctors are stronger communicators than others, and some doctors are more adamant, but the pressures they all face are similar. When I faced circumstances involving end-of-life choices, I adopted the approach of laying out only the options that I thought were reasonable (as I would in any situation) as early in the process as possible. When patients or families brought up unreasonable choices, I would discuss the issue in layman’s terms that portrayed the downsides clearly. If patients or families still insisted on treatments I considered pointless or harmful, I would offer to transfer their care to another doctor or hospital.

Should I have been more forceful at times? I know that some of those transfers still haunt me. One of the patients of whom I was most fond was a lawyer from a famous political family. She had severe diabetes and terrible circulation, and, at one point, she developed a painful sore on her foot. Knowing the hazards of hospitals, I did everything I could to keep her from resorting to surgery. Still, she sought out outside experts with whom I had no relationship. Not knowing as much about her as I did, they decided to perform bypass surgery on her chronically clogged blood vessels in both legs. This didn’t restore her circulation, and the surgical wounds wouldn’t heal. Her feet became gangrenous, and she endured bilateral leg amputations. Two weeks later, in the famous medical centre in which all this had occurred, she died.

It’s easy to find fault with both doctors and patients in such stories, but in many ways all the parties are victims of a larger system that encourages excessive treatment. Many doctors are fearful of litigation and do whatever they’re asked to avoid getting in trouble. Even when the right preparations have been made, the system can still swallow people up. One of my patients was a man named Jack, a 78-year-old who had been ill for years and undergone about 15 major surgical procedures. He explained to me that he never, under any circumstances, wanted to be placed on life support machines again. One Saturday, however, Jack suffered a massive stroke and was admitted to A&E unconscious, without his wife. Doctors did everything possible to resuscitate him and put him on life support. This was Jack’s worst nightmare. When I arrived at the hospital and took over Jack’s care, I spoke to his wife and to hospital staff, bringing in my office notes with his care preferences. Then I turned off the life support machines and sat with him. He died two hours later.

Even with all his wishes documented, Jack hadn’t died as he’d hoped. The system had intervened. One of the nurses, I later found out, even reported my unplugging of Jack to the authorities as a possible homicide. Nothing came of it, of course; Jack’s wishes had been spelled out explicitly, and he’d left the paperwork to prove it. But the prospect of a police investigation is terrifying for any physician. I could far more easily have left Jack on life support against his stated wishes, prolonging his life, and his suffering, a few more weeks. I would even have made a little more money, and Medicare would have ended up with an additional $500,000 (£314,500) bill. It’s no wonder many doctors err on the side of over-treatment.

But doctors still don’t over-treat themselves. Almost anyone can find a way to die in peace at home, and pain can be managed better than ever. Hospice care, which focuses on providing terminally ill patients with comfort and dignity rather than on futile cures, provides most people with much better final days. Amazingly, studies have found that people placed in hospice care often live longer than people with the same disease who are seeking active cures.

Several years ago, my older cousin Torch (born at home by the light of a flashlight) had a seizure that turned out to be the result of lung cancer that had gone to his brain. I arranged for him to see various specialists, and we learned that with aggressive treatment of his condition, including three to five hospital visits a week for chemotherapy, he would live perhaps four months. Ultimately, Torch decided against any treatment and simply took pills for brain swelling. He moved in with me.

We spent the next eight months having fun together like we hadn’t had in decades. We went to Disneyland, his first time. We’d hang out at home. Torch was a sport nut, and he was very happy to watch sport and eat my cooking. He even gained a bit of weight, eating his favourite foods rather than hospital food. He had no serious pain, and he remained high-spirited. One day, he didn’t wake up. He spent the next three days in a coma-like sleep and then died. The cost of his medical care for those eight months, for the one drug he was taking, was about $20.

Torch was no doctor, but he knew he wanted a life of quality, not just quantity. Don’t most of us? If there is a state-of-the-art of end-of-life care, it is this: death with dignity. As for me, my physician has my choices. There will be no heroics, and I will go gentle into that good night.

• Ken Murray, MD, is a former clinical assistant professor of family medicine at USC. Taken from an article originally published at Zócalo Public Square.

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