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Archivio mensile:gennaio 2012

Massimiliano, un portopotentino “dispatriato“, esprime il suo punto di vista pieno di pietas sull’ennesimo terribile fatto di cronaca registrato in questo nostro angolo di paradiso. Una volta.

Non so per quale motivo, ma la notizia sconvolgente di quello che è successo nel mio paese, e di più delle persone coinvolte in questa macabra vicenda, mi spinge a lasciare qui delle righe, forse in un tentativo di condivisione. Credo che la distanza fisica da quei luoghi che ben conosco, ora brutalmente ritratti sulle pagine della cronaca, renda la condivisione un’urgenza forse per mio personale meccanismo di difesa.
L’immagine, la conclusione che mi si è conficcata in testa è che all’alba dello scorso venerdì non sia morta solo una ragazza ma siano morte cinque persone : un assassinio e quattro suicidi.
Poi un’altra immagine prende forma, quella della comunità del paese anche essa in parte morta, anche essa in parte colpevole.
Su tutto la triste considerazione che gli uomini non nascono cattivi, che nessuno nasce omicida, e che sia la vita che può crearci l’inferno attorno, è la vita che genera i suoi assassini. Questa volta la vita ha avuto il gusto macabro del più efferato autore di tragedie, in questa vicenda umana e disumana si aprono baratri nella coscienza talmente agghiaccianti da non poterli contemplare senza impazzire, ed i personaggi che si muovono in questo teatro degli orrori, non sono tali! Non sono personaggi, sono veri, figli della loro triste vita.
Io conosco due delle persone “morte” quel venerdì, una l’ho vista per un po’ di tempo crescere, in quegli anni fragili della prima adolescenza, quando la materia è tutta da plasmare, quando le strade da percorrere sono ancora tutte davanti ai nostri piedi e vi assicuro che non vi fosse alcuna predestinazione al male in quella persona. Nulla di male, nulla di malvagio. Un ragazzo timido, con dei problemi, sensibile, chiuso, un adolescente come molti in fondo. E tu sai che quel ragazzo ha bisogno di qualcosa, ha un fottuto bisogno di qualcosa che gli dia forza, che gli dia il coraggio per affrontare una vita, che gli dia una mano a scegliere tra “bene e male” , proprio così c’è il bisogno che qualcuno ci insegni a scegliere. È lì, non sa chiedertelo, ma tu sai che lui ti supplica di dargli questa forza, ti supplica di avere una via di felicità. E tu per quel che puoi, ci provi.
Poi la vita ha iniziato a preparargli l’inferno attorno, e qui la “comunità” vede, la comunità percepisce, cerca di fare qualcosa molto? Poco? Ben fatto? Non so. Mi verrebbe da dire che si poteva fare di più.
Così ha vinto l’inferno, ha preso la forma del peggiore degli incubi che ci sveglia all’alba di un inverno.
Io mi auguro che queste “morti” conducano almeno ad una presa di coscienza sul coinvolgimento della società che tutti contribuiamo a creare, di come in una piccola comunità come quella di Porto Potenza si possa fare qualcosa prima che tutto sia perduto.
Io mi auguro che le nostre coscienze non dimentichino mai questo sangue versato.

Via facebook.

 

Tre amici a Parigi. Serge, Marc, Yvan. Serge è un dermatologo di successo, reduce da un matrimonio finito male. Marc è un ingegnere sarcastico e collerico, sicuro di sé e del suo rapporto con Paula. Yvan è un commesso di cartoleria nevrotico e fragile, che sta per sposarsi con Catherine, molto più giovane di lui, e anche per questo è divorato da ansie, paure, insicurezze. Serge da un po’ di tempo ha scoperto l’arte contemporanea e ha comprato per una cifra esagerata un quadro completamente bianco che mostra entusiasta ai due suoi amici Marc e Yvan, in cerca di approvazione. Marc, ancorato ad un’idea saldamente tradizionalista dell’arte, bolla la tela come “una merda bianca”. Yvan, che più che all’arte tiene alla sua amicizia con Serge e Marc, cerca più che altro di mediare fra i due. La situazione però precipita: il conflitto fra Serge e Marc si rivela essere il precipitato di un rapporto squilibrato, basato sulla dinamica mentore-allievo: per Marc l’adorazione di Serge verso di lui era la prova della sua superiorità intellettuale, e ora che ha perso il suo ruolo di maestro e guida si sente tradito, inutile; Serge a sua volta cerca nel collezionismo d’arte la sua autonomia, la sua indipendenza da Marc, e il suo posto nel mondo della ricca borghesia parigina. Yvan, penosamente incerto, capisce che sta perdendo il suo ruolo in questo strano mènage a trois e teme, più in generale, la fine di questo legame d’amicizia. E’ disperato. Si aggiungono le tensioni legate ai rapporti dei tre con l’altro sesso, in un tutti contro tutti per cui Marc e Serge deprecano l’imminente matrimonio di Yvan, Serge dichiara di disprezzare Paula, la donna di Marc, e a sua volta prende atto che i due amici lo considerano un fallito per via del suo divorzio. Quello che sto descrivendo è l’intreccio di Art, una commedia in cui si ride tantissimo: non si direbbe, eh?

Il meccanismo della pièce è molto simile a quello di un’altra famosa opera di Yasmina Reza, Le Dieu du carnage, che conosco nella versione cinematografica di Roman Polanski. Anche lì un episodio apparentemente banale, innocuo, scatena una selvaggia e inesorabile resa dei conti che va al di là e al di fuori delle regole della convivenza civile, delle convenzioni borghesi. Ma se nel carnage il conflitto fra due coppie di estranei risulta drammaticamente insanabile, in Art il tutto si risolve in commedia, con i tre amici che nonostante il conflitto, o forse proprio grazie ad esso, si ritrovano di nuovo vicini, con più consapevolezza.

Yvan, Marc e Serge non hanno un’età precisa: nell’allestimento che ho visto io Yvan è uno strepitoso Alessandro Haber (65 anni), Marc un bravo Gigio Alberti (56) e Serge un Alessio Boni (46: “Cioè, Alessio Boni ha quarantasei anni? cioè, ha sei anni più di me e ne dimostra venti di meno? Cioè.”) bello e efficace, ma che come al solito non mi ha convinto fino in fondo (ma è un problema mio: credo abbia a che fare con il fatto che Boni è troppo bello). I tre sono – da copione – amici da 15 anni, Serge ha un figlio ed è divorziato, Yvan si sta per sposare. Probabilmente Haber e Alberti sono un po’ vecchi per la parte, ma insomma: diciamo che i tre personaggi possono avere fra i quaranta e i cinquanta. Non suonerà strano, dunque, che io abbia trovato molto interessante, e vicina alla mia esperienza di neo-quarantenne, la descrizione delle dinamiche di questa amicizia intellettuale fra uomini adulti.

Solidarietà, competizione, desiderio di stupire e di convincere, ribellione e assimilazione, maestri e discepoli, sacralizzazione dello “stare insieme” a prescindere da tutto, mediazioni nobili e mediazioni vigliacche, volontà di affermazione di sé e insicurezza, esaltazione, nostalgia, stanchezza. Ammirazione, invidia, rancore. Rabbia e amore. Variamente composti e amalgamati in un complesso variabile e misterioso, sono questi gli elementi che fanno nascere e morire le amicizie in ogni tempo e in ogni luogo, anche le mie. In fondo a tutta questa complessità, forse, c’è una doppia natura dell’amicizia, che da un lato è il luogo X in cui ci confrontiamo con gli altri per cercare di definire chi siamo, per “trovare noi stessi”, dall’altro è la strada Y, raramente percorsa, dell’apertura vera all’altro, curiosa e disinteressata. E verrebbe da chiedersi: forse partire dal luogo X per incamminarsi sulla strada Y è il segreto delle rare amicizie vere e durature? Chissà.

Yvan, in uno dei tanti momenti esilaranti di Art, legge un biglietto contenente un’affermazione apparentemente delirante con cui il suo psicoanalista ha commentato la sua relazione con Marc e Serge:

Se io sono io perché sono io, e tu sei tu perché sei tu, allora io sono io e tu sei tu. Ma se io sono io perché tu sei tu, e tu sei tu perché io sono io, allora io non sono io e tu non sei tu.

Com’è ovvio, non c’è niente di delirante. Anzi.

***

ART, di Yasmina Reza, regia di Giampiero Solari, con Alessandro Haber, Gigio Alberti, Alessio Boni. Visto (con molta soddisfazione) il 28 gennaio 2012 al Teatro Persiani di Recanati.

Quello che segue è un troppo lungo e troppo divagante sfogo sulla condizione dell’insegnante nella scuola post Gelmini e post Brunetta, conseguenza diretta di una incazzatura che mi sono preso proprio stamattina, quindi non pretendete lucidità e obiettività. Astenersi soggetti sensibili, colleghi che devono ancora preparare la lezione per domani e tutti coloro che hanno impegni per il dopocena.

Di solito se si parla di scuole in rosso (e se ne parla – giustamente – spesso: toh, anche oggi!), il must è dire: “mancano anche i soldi per la carta igienica”. Di più: la carta igienica è diventata un correlativo oggettivo della crisi della scuola (toh: sempre oggi!). Io però vorrei parlarvi di carta dalla destinazione d’uso un pelino più nobile, anche se non necessariamente più utile. A scuola (ne è giunta voce lì fuori?) vengono fatte fotocopie in quantità industriali, come credo in tutti gli uffici (quelli pubblici, soprattutto, alla faccia di piani antisprechi e buste paga elettroniche). Ora c’è una grossa spinta alla digitalizzazione, ma l’esperienza quotidiana mi dice che (almeno) nella (mia) scuola si continuano a fare fotocopie a quintali (e non credo che ‘quintali’ sia un’iperbole).

Anch’io faccio fotocopie: insegnando italiano, e non essendoci nelle mie classi nemmeno l’ombra della rivoluzione digitale, quando devo fare una verifica le fotocopie necessarie sono tante. Perché? Andate a vedervi la verifica per eccellenza, la Traccia della Prima Prova dell’Esame di Stato: l’anno scorso erano 7 (sette) pagine. Noi prof siamo più sobri degli esperti del ministero, e negli anni siamo arrivati a raffinate tecniche di impaginazione che ci permettono di sfruttare ogni spazio utile, ma la traccia di un’analisi del testo o di un saggio breve almeno un foglio A4 me lo occupa. Se poi voglio dare la scelta fra più tracce, il tutto si moltiplica x volte. Quest’anno ho tre classi per un totale di circa 70 alunni (e sono fortunato): fate voi i conti di cosa significhi in termini di copie un giro di verifiche. Aggiungiamo poi che io mi picco di voler fare una didattica minimamente personalizzata (in due sensi: cerco di adeguarla alla classe che ho davanti, e le classi – si sa – sono sempre diverse; e cerco di adeguarla a me, cioè alle mie conoscenze, passioni e nuove scoperte, e alla mia lettura delle discipline, che non sempre può essere identica a quella dell’autore del libro che ho adottato): ecco che allora diventa per me necessario, ogni tanto, offrire qualche dispensa personalizzata, che io con fatica mi metto a ideare e a preparare, e che vorrei fosse a disposizione dei ragazzi sotto forma di oggetto concreto che loro possano leggere con calma e integrare nel loro quaderno con gli altri appunti. Devo dire che ho ridotto questa pratica all’essenziale, con gli anni, per vari motivi: perché con gli anni si diventa essenziali, perché non mi va di usare troppa carta, perché fare questo tipo di lavori costa molta fatica, perché da qualche anno per distribuire materiali uso anche blog e gruppi facebook; ma a volte vi assicuro che la dispensa è uno strumento didattico essenziale. A volte, arrivo a dire, è una vera opera dell’ingegno, frutto di un lavoro originale e orientato a una specifica classe. Conosco colleghi che hanno fatto della dispensa una forma d’arte. Chi fa questo mestiere lo sa. Anche i ragazzi lo sanno.

Quando ho iniziato a fare l’insegnante, alla scuola media, c’era un collaboratore scolastico che mi aiutava con le fotocopie: se avevo bisogno di farne per il compito della quarta ora, lasciavo all’efficientissima Imma i materiali e per la seconda ora le dispense erano pronte e spillate. Non solo era comodo, c’era anche la piacevole sensazione di avere un collaboratore che ti aiutava a fare meglio il tuo mestiere (e pensavo: evidentemente è un mestiere considerato importante, se ti mettono a disposizione qualcuno per aiutarti!). Ovvio che io, per parte mia, cercavo di fare solo le fotocopie strettamente necessarie, ci stavo attento; però se ce n’era effettivo bisogno non era un problema. Poi ho cambiato scuola, sono andato ad insegnare in un liceo, e una delle prime cose che ho scoperto è che lì non potevo contare su nessuno. Magari io avevo un compito alla seconda ora, magari la fotocopiatrice quand’ero libero io era occupata, magari il collaboratore di turno non aveva nulla da fare se non aspettare che suonasse il telefono, magari io dovevo andare assolutamente in un’altra classe; magari tutto, però per le fotocopie dovevo comunque cavarmela da solo. Chiedere aiuto ad un collaboratore (strano nome) sarebbe stato bollato come inopportuno da un semplice, eloquentissimo sguardo del collaboratore medesimo. In poco tempo mi sono abituato, come mi sono abituato agli sguardi altrettanto eloquenti dell’addetta alla segreteria ogni volta che andavo a chiedere una tessera aggiuntiva, verso la metà dell’anno scolastico.

L’anno scorso, poi, è arrivato Il Registro. Il Registro del Grande Fratello delle Fotocopie. Mi è stato chiesto di registrare ogni volta: quante? per quale classe? di che formato? perché le stavo facendo? E firmare. Una confessione scritta del mio peccato di fotocopiatore. Deve essere stato un effetto collaterale della riforma Brunetta: siccome siamo dipendenti pubblici, spreconi e fannulloni, dobbiamo rendicontare tutto, perché ovviamente si parte dal presupposto non detto che di noi insegnanti non ci si può fidare. Chissà: lasciati liberi ai nostri depravati istinti antisociali, avremmo potuto trasformare la scuola in una copisteria clandestina! In ogni caso non si fidavano: bisognava compilare il registro.

Io ho per un po’ accettato di buon grado. Poi un bel giorno ho smesso di scribacchiare e firmare Il Registro, anche perché nessuno lo controllava mai (chi è, fra l’altro, il controllore? chi è questo funzionario più affidabile di un qualsiasi insegnante della scuola pubblica? boh!). Ma soprattutto ho smesso perché vedevo che le fotocopie fatte per motivi non didattici continuavano ad essere tantissime e non controllate (circolari, verbali, programmazioni, pagelle, mail: sì, mail! le mail vengono regolarmente stampate e consegnate a mano, nella mia scuola, e non girate all’indirizzo elettronico dell’interessato!): così ho pensato che un controllo così rigido sulle fotocopie fatte per motivi didattici a fronte del laissez faire generale della burocrazia era semplicemente ingiusto, e era il portato di un’idea distorta di scuola. Perché solo gli insegnanti devono rendere conto di ogni singola fotocopia fatta? Perché le fotocopie fatte ad uso didattico devono essere controllate e limitate fino allo spasimo in una struttura che dovrebbe avere nella didattica il primo e forse l’unico motivo di esistere? Ho anche chiesto di sapere che percentuale delle fotocopie fatte a scuola in un anno fosse destinato alla didattica (io suppongo che si tratti di una percentuale minima, irrisoria), e non mi è stato mai detto. Ho suggerito che lo stesso controllo fosse fatto e lo stesso registro fosse compilato da chiunque, dal dirigente in giù, stampasse o fotocopiasse un documento all’interno della scuola, e il suggerimento è stato considerato offensivo. Perché, certo, il Grande Fratello delle Fotocopie deve esercitare la sua occhiuta sorveglianza solo sui veri reietti della scuola: gli insegnanti, vil razza dannata. Loro, del resto, non si offendono mai.

Gli insegnanti, al di là degli stipendi bassi di cui si parla sempre, sono umiliati anche e soprattutto in queste piccole cose. Non vengono dati loro gli strumenti minimi per lavorare: conosco persone che se debbono dare una fotocopia ai ragazzi vanno a farla in copisteria, a proprie spese (li conosco talmente bene che certe volte la spesa ha intaccato il mio conto corrente! incredibile a dirsi!). Ma parlo anche della cancelleria minima: immaginate un bidello che debba portarsi scopa e detersivi da casa, o una segretaria che debba comprarsi a proprie spese il telefono o le cartelle dell’archivio: ecco, questa è esattamente la nostra condizione. E poi non abbiamo uno spazio, una stanza dove lavorare, o una postazione telefonica. L’altro giorno – giuro – era scomparsa la sedia da dietro la cattedra, e non se ne trovava un’altra in tutta la scuola. Ora c’è una sedia di quelle piccole, degli alunni. Il professore italiano non è più degno nemmeno di poggiare i gomiti su due braccioli di compensato.

Tornando all’argomento iniziale: il mio, naturalmente, non è un elogio della fotocopia selvaggia. Non credo che se ne debba abusare, e credo anzi che si debba cercare di andare verso una maggiore sobrietà e verso un più intelligente uso delle risorse anche in questo campo. Però se bisogna tagliare gli sprechi a scuola, non iniziamo dal tagliare la didattica (e dall’umiliare gli insegnanti considerandoli subordinati inaffidabili inclini al peculato). Se bisogna fare meno fotocopie, cominciamo dall’evitare di stampare l’ennesima inutile circolare dell’ultimo funzionario del provveditorato, e non dall’impedire ad un professore di mettere sotto gli occhi dei suoi alunni una poesia di Baudelaire che sul libro di testo non c’è. Magari è l’ultima occasione che quel ragazzo ha per leggere À une passante.

Né pure i casi che narrerò del mio spirito, credo già che sieno né debbano parere straordinari: ma pure con tutto questo mi persuado che agli uomini non debba essere discara né forse anche inutile questa mia storia, non essendo né senza piacere né senza frutto l’intendere a parte a parte, descritte dal principio alla fine per ordine, con accuratezza e fedeltà, le intime vicende di un qualsivoglia animo umano.

Giacomo Leopardi, Storia di un’anima scritta da Giulio Rivalta

Ieri sera sono andato a vedere uno spettacolo di Alessandro Bergonzoni. Ci sono andato soprattutto con la curiosità di capire che razza di animale fosse, perché lo conoscevo poco e quel poco sfuggiva per me ad ogni catalogazione. Non che le cose siano cambiate molto, dopo averlo visto per un’ora e mezza recitare dal vivo. Però…

Per prima cosa mi sono chiesto: la sua è un’arte comica? almeno un po’ comica? Un poco, sì. Poi ci ho ripensato. Mica un poco! O: un poco mica! Anzi, parecchio comica. Direi quasi che è un apparecchio comico. Ci sono gli apparecchi per denti (che sono quelli che non vincono mai) e ci sono quelli per venti (rose e galli per lo più) ma una cosa è sicura: quello che mette in scena Bergonzoni non è certo un apparecchio per lenti, perché se sei lento di battute ne capisci un decimo, visto che le spara una dietro l’altra (che tra l’altro così risparmia anche sulle pallottole). Risparmiare invece di risparare.

Allora è un comico? Non lo so. O forse è meglio dire: non solo. Credo sia anche un po’ poeta. Anche qui: solo un po’? No, perché certe volte è un popo’ di poeta (e non in quel senso lì, dai!). Ma è un po’ poeta e un po’… Eta. Ma non la prima versione: Eta Beta, perché pare proprio un extraterrestre, in certi momenti.

E’ anche un saggio, e del saggio ha anche i capelli, devo dire. Un saggio che scopre verità profonde dietro un doppio senso, come l’automobilista che trova una buca sulla strada principale e preferisce passare sulla parallela: è a senso unico ma almeno hanno rifatto l’asfalto da poco.

Bergonzoni, ecco, è un sognatore, di più: un sognattore. Uno che sognava di fare l’attore ma non ha trovato nessuna compagnia che gli somigliasse, e allora s’è inventato una forma d’arte tutta sua. In solitaria. O insolita aria, perché – diciamolo – Bergonzoni ha un’aria fuori dal comune, e potrei continuare con freddure sulle polveri sottili nel comune vicino, sul fare comunella ecc. ecc.

Bergonzoni è uno che finché lo senti dici: che ci vuole a scrivere pezzi come i suoi? Poi provi a farlo e capisci che ci vuole Bergonzoni. Sennò viene una cagata.

Urge, di e con Alessandro Bergonzoni. Visto al Palazzetto dello Sport di Porto Potenza Picena venerdì 20 gennaio 2012.

Pardòn, ma cito ancora De Gregori: “Scusate ma del Titanic Concordia, ancora vi devo parlare / e delle cose rimaste a galla sull’azzurrissimo mare”. Ormai su Francesco Schettino da Meta di Sorrento è stato detto molto, forse tutto, forse anche di più, e non è certo qui il caso di continuare ad infierire sul capro espiatorio, per quanto platealmente colpevole. In fondo Francesco Schettino da Meta di Sorrento non è certo, come è stato detto, il peggiore italiano, l’uomo più odiato d’Italia, un mostro, un bruto o chissà che altro. Secondo me è solo uno che ricopriva un ruolo che non doveva ricoprire, uno non all’altezza delle sue responsabilità. Come se mettessi uno chansonnier da nave da crociera a fare il Presidente del Consiglio della settima potenza industriale del mondo, per esempio. Non faccio fatica, tanto per dire, a pensare che Francesco Schettino da Meta di Sorrento avrebbe forse potuto essere un ottimo mozzo, un bravissimo cuoco, o se magari avesse avuto una bella voce e fosse stato imbarcato come chansonnier nel night di bordo non avrebbe certo fatto figure barbine, l’altra notte: sarebbe scappato dalla nave che affondava, certo, non avrebbe fatto l’eroe come credo non l’abbiano fatto almeno (teniamoci larghi) i quattro quinti dell’equipaggio della Concordia, che senza troppa infamia e senza lode avranno legittimamente pensato a portare a casa la pelle (fra parentesi: che fra i morti la stragrande maggioranza siano passeggeri è un dato che cozza con la mia idea romantica di marineria, ma lasciamolo fra parentesi). Insomma, come Sciascia faceva dire a don Mariano: “e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, che mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più in giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre”. Ecco, bastava che il quaquaraquà Schettino rimanesse in un luogo e in un ruolo confacente alle sue capacità e al suo coraggio. In questo senso, forse, le responsabilità sono non solo sue e di chi non ha impedito quell’assurda manovra, ma anche di chi ha messo questo tizio a comandare una nave; perché non ci sarà arrivato con gli scatti di anzianità, in quel ruolo, cacchio!

A margine noto che Schettìno, se sposti un accento, diventa schèttino, che vuol dire pàttino, che se sposti un accento diventa pattìno, ovvero moscone, ovvero quello che forse era il mezzo di trasporto marino più adatto al nostro. Nomen omen.

Ancora più a margine: si fa tanto parlare di “inchini”, in questi giorni. Qualcuno ha notato che su un “inchino” è fondata una delle scene più belle della storia del nostro cinema?

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